Società 5.0, uno strumento per risollevare in modo sostenibile anche le economie depresse 

Uno dei motivi che ci sprona ad elaborare una strategia di promozione della diffusione - a tutti i livelli -  della 
CULTURA DIGITALE,
è la nostra  decisa convinzione che l'elaborazione e l'attuazione di adeguate politiche di sviluppo socio-culturali ed economiche ispirate al concetto di  
SOCIETA 5.0 
può contribuire senz'altro allo sviluppo sostenibile di territori depressi come ad esempio il Meridione d'Italia.

Il contesto mondiale è nettamente mutato nel corso di settant’anni di storia, ma la ricorrenza di una diffusa trasformazione produttiva e di una ripresa dei compiti delle istituzioni pubbliche e private è innegabile. Così come è ormai incontrovertibile che il problema del Mezzogiorno rappresenti il nesso fondamentale per un’inversione di tendenza da uno scenario di declino a una prospettiva di crescita economica (di tutta la nazione Italia). Uno sguardo di lungo periodo permette di cogliere più di una corrispondenza tra due fasi di svolta dello sviluppo nazionale, come quella che ha fatto seguito alla ricostruzione postbellica e quella che, avendo patito la crisi economica dal 2008 a oggi, inizia a percorrere una nuova traiettoria, sia pure con un ritmo discontinuo e una visuale ancora limitata. (…)  Il Novecento e, in particolare, la sua seconda metà, ha fatto assumere definitivamente alla ‘Questione Meridionale’ la valenza di un essenziale snodo economico per lo sviluppo dell’intero Paese, superando il primato degli aspetti ‘sociali’, che aveva connotato il divario meridionale nel corso dell’Ottocento e, in specie, dopo l’unificazione italiana”.

 

Tra molti esponenti di tutte le parti politiche che si sono succedute nel corso di 150 anni di Unità d’Italia è stata spesso ricorrente la riflessione sulla ‘Questione (sociale) Meridionale’ conducendo le diverse opinioni  tutte su una uguale sintesi: l’esigenza di colmare lo squilibrio tra le due parti del Paese, il Nord e il Sud, in termini di una decisa crescita economica basata sull’industrializzazione. 

 

“La ‘questione sociale’ aveva rappresentato il campo di indagine, riflessione e intervento del meridionalismo classico, che, in un Paese arrivato tardivamente all’unificazione politica e ancora distante dall’avvio del processo di trasformazione industriale, poteva considerare la diversità delle regioni meridionali come l’esito di un lungo processo di disgregazione sociale e civile, di un’organizzazione del settore primario del tutto tradizionale e improduttiva, di un’economia antiquata (…) L’unico periodo di convergenza tra le due aree del Paese si è verificato proprio in corrispondenza della ‘golden age’, quando, per ragioni interne e internazionali, l’Italia ha vissuto una straordinaria fase di progresso economico, durante la quale il Mezzogiorno ha intrapreso decisamente la strada dello sviluppo, con ritmi superiori a quelli già molto serrati delle regioni centrosettentrionali. Se nel 1951 il Pil pro capite meridionale era quasi il 53% di quello delle regioni centro-settentrionali, nel 1973 arrivò a toccare il 60% , un livello mai più conseguito nei decenni successivi. In quella fase, dunque, si affermò un modello originale, che avrebbe indirizzato la crescita nazionale verso un duplice inseguimento: con il Sud che cercava di recuperare posizioni nei confronti del resto del Paese, in virtù di un processo di industrializzazione iniziato nel 1957, dopo la prima fase di riforma agraria e di infrastrutturazione dei territori meridionali; con l’Italia che provava a raggiungere i Paesi più avanzati dal punto di vista produttivo, modernizzando la propria economia e puntando sull’industria di maggiori dimensioni, che avrebbe favorito la diffusione dei beni di consumo durevoli. Questo inseguimento si concluse positivamente, con il risultato di un Paese che era stato capace di affrontare i limiti strutturali che lo avevano caratterizzato nel corso della sua storia unitaria e di diventare un’economia industriale tra le più significative del mondo, iniziando nel contempo a porre rimedio ai divari più profondi – a cominciare da quello territoriale – che ne avevano frenato lo sviluppo per molti decenni.”  A questa crescita del Sud contribuì in maniera determinante l’istituzione dell’elemento chiave 'Cassa per il Mezzogiorno' a cui si ispiravano riferimenti paradigmatici come quello realizzato nella 'Tennessee Valley Authorithy' per aggredire la depressione economica negli Stati Uniti degli anni Trenta del Novecento.”

 

Verso la metà anni Settanta, finisce la storia della fase positiva di sviluppo del Sud, in concomitanza con l’avvio della III Rivoluzione Industriale e “il tramonto dell’era industriale di stampo fordista-keynesiano, (che nella sua prima fase “assume in Italia le forme della ristrutturazione/riconversione delle fabbriche settentrionali e della espansione nel NordEst e nel Centro del ‘modello distrettuale’ della piccola e media impresa, favorita dalle svalutazioni della lira e dall’evasione fiscale. L’edonismo reaganiano’ degli anni Ottanta provoca la dissoluzione del Mezzogiorno in tanti piccoli, ameni Sud, che ricevono cospicui trasferimenti statali (stipendi e pensioni d’invalidità), adeguati a tenere alto il benessere prodotto dall’acquisto di merci provenienti dal Settentrione. Non è la fine della questione meridionale, come predicano in tanti, ma una riproposizione aggiornata dell’antico ‘mercato coloniale’ di cui parlava De Viti De Marco. La crescita dei redditi meridionali sosteneva così lo sviluppo produttivo dell’Italia Centro-Settentrionale. Nel Mezzogiorno crescevano insieme i consumi e i disoccupati, mentre riprendeva ad aumentare il divario col Centro-Nord”, riprendendo di nuovo  'la ‘dipendenza patologica’ del Sud dai trasferimenti statali, con la deriva ‘localista’ e ‘domandista’ dell’Intervento Straordinario. A. Giannola ne ‘Il Mezzogiorno nell’economia italiana. Nord e Sud a 150 anni dall’Unità’ scrive:  “ (alimentando) il mito degli effetti strutturali di una politica di sostegno della domanda capace di ‘insegnare’ elementi di civismo distrettuale e far così da volano a una (poco plausibile, come rivela l’esperienza) capacità di promuovere, in forme endogene e spontanee, l’industrializzazione meridionale . La fine dell’Intervento Straordinario decretato nel 1993 segnerà anche la fine dell’attenzione e dell’interesse per il Mezzogiorno (…) La ‘Nuova Programmazione’ degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, lanciata da Ciampi e da Barca nel 1998, si arena di fronte alle resistenze incontrate – come scriveranno gli stessi protagonisti della sfortunata impresa – fra i ceti dirigenti, amministrativi e imprenditoriali del Sud, che torna ad essere definito nel 2005 un territorio arretrato. Sul finire del 2009, dopo un anno di gravissima recessione mondiale, toccherà al Governatore della Banca d’Italia Draghi definire il Mezzogiorno d’Italia ‘il territorio arretrato più esteso e popoloso dell’Unione europea’.

 

La crisi mondiale del 2008 sembra aver innescato empiricamente l’inizio di un ripensamento della teorica validità delle teorie economiche neo-classiche-liberiste, in un mondo, una Società globale, in tumultuosa evoluzione caratterizzata da continui cambiamenti: il Rapporto Dahlem del 2009 mette bene in evidenza il nesso tra la crisi finanziaria in cui è caduto il Mondo in quegli anni e il fallimento sistemico delle teorie

Economiche Accademiche che ancora imperano. Iniziano a diventare sempre più numerosi gli esperti e gli studiosi in Economia e Sociologia economica e politica che, guidati dalle nuove teorie riconosciute con i premio Nobel assegnato a scienziati progressisti come Akerlof, Stiglitz, Kannemann, mettono in discussione un Sistema economico-finanziario-politico destinato ad essere obsoleto in questa nuova società che si caratterizza per Volatilità, Incertezza, Complessità ed Ambiguità.  Questo ripensamento non riuscirà forse ancora a mettere in crisi il predominio ultradecennale “del capitale finanziario, né fermerà lo svuotamento della politica dalla partecipazione democratica all’intrattenimento televisivo dei contastorie, ma sembra aprire una nuova fase di attenzione, teorica e politica, al ruolo innovatore dello Stato nello sviluppo economico e nell’organizzazione sociale, che consente di guardare con qualche speranza al futuro, e di ripristinare un più meditato rapporto con le esperienze positive del passato.”

 

Negli ultimi tre secoli le Innovazione tecnologiche sono state la causa di due grandi rivoluzioni industriali, che hanno già causato profondi sconvolgimenti nelle Società in cui queste sono state introdotte. Oggi è tutta l’Umanità che viene investita dagli sconvolgimenti causati dalla III Rivoluzione industriale che già ci introduce alla IV Rivoluzione Industriale. La III Rivoluzione Industriale con l’introduzione del Digitale è stato il fattore scatenante il passaggio da una Società 3.0 (quella Industriale) ad una Società 4.0 (quella Digitale) la IV Rivoluzione industriale sta preparando il passaggio alla Società 5.0: la cosiddetta Società Smart.

Nessuno può negare che nel 2020 tutta l’Italia, in questo nuovo scenario globale, sia in crisi per il suo ritardo culturale nell’affrontare le sfide dei cambiamenti in atto.

 

Mai come oggi in questo nuovo scenario nazionale il Meridione d’Italia può partire alla pari con il Settentrione d’Italia perché saranno la Creatività e l’Immaginazione, e non più  l’hardware, le macchine, il volano di sviluppo della nuova Industria Smart.

(* - Contenuti di questa sezione  in parte tratti ed elaborati da: Quaderno  SVIMEZ n. 50)